MAPPA DEL GRAN PARADISO
Superficie: 70.000 ha circa
Provincie: Torino, Aosta
Fondazione: 1922
Sede: via della Rocca 4 (To)
Tel: 011/8606211
Fax: 011/8121305
E-mail: segreteria@pngp.it
DALLA NASCITA A OGGI
La fondazione del Parco del Gran Paradiso è intrecciata con la vicenda di "Re sciaboletta", il soprannome che gli abitanti di queste valli diedero a Vittorio Emanuele II, il sovrano che nel 1856 decise di proclamare l'attuale territorio del parco "Riserva reale di caccia". Lo fece per capriccio, per poter cacciare, senza concorrenti, tutte le specie che voleva. Ma è a quella decisione che si deve la nascita del Parco. Data la mole considerevole, si spostava seduto su un muletto arabo, mentre i battitori, appostati in alto, gli avvicinavano gli stambecchi di modo che potesse centrarli senza difficoltà. Non era elegante attività venatoria, ma è a questa sua passione che la Valsavaranche deve la fine del suo isolamento, lo stambecco la sua sopravvivenza e il "Parco naturale del Gran Paradiso" la sua ragione d'essere. Forse "Re sciaboletta" non era proprio un buon cacciatore, ma quando, nel 1922, avvenne la fondazione del "Parco Nazionale del Gran Paradiso", ceduto allo Stato per volontà di Vittorio Emanuele III, la vicenda del Re sciaboletta era già leggenda e gli stambecchi erano cresciuti di numero, da poche centinaia, a più di duemila (oggi sono circa 5000). Era il primo parco nazionale italiano, l'antesignano, voluto, forse suo malgrado, da un re cacciatore. Un re che fece costruire i sentieri del parco, per 125 km tuttora percorribili.

IL PAESAGGIO
A cavalcioni tra Piemonte e Valle d'Aosta, il "Gran Paradiso", con i suoi 70 mila ettari inseriti in un paesaggio tipicamente alpino, è oggi uno dei parchi più visitati dalle scolaresche di tutto il Norditalia, dalle famiglie, dagli sportivi, dagli arrampicatori. E' il simbolo, migliore, in un'Italia dissestata dalle speculazioni edilizie, di una natura che non deve cambiare, cristallizzata in un quadro di stradine, cunicoli, larici e abeti rossi e bianchi a fondo valle, pascoli alpini più in su, fino ai ghiacciai e alle cime che toccano il cielo dei 4000 metri. E che ospitano i simboli più tipici dell'alta montagna, come la stella alpina o il giglio di monte, altrimenti invisibili nel nostro Paese. Anche perché all'Italia di oggi, in cui i segni della civiltà pastorale appaiono come un mortifero tributo ai tempi andati, le valli e gli alpeggi del "Gran Paradiso" possono comunicare molto. Parlano di una storia secolare fatta di popolazioni che, per centinaia di anni, sono vissute in modo autosufficiente, con contatti con la gente d'Oltralpe, più con che con le genti di pianura. Luoghi educativi che parlano di fatica, radicamento, culture locali, abitudini dove natura e cultura appaiono avvinghiate.

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